Treni e ambiente

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Siamo 13 milioni, il 22,2% della popolazione residente.

Siamo i pendolari, quelli che impiegano in media 72 minuti per gli spostamenti giornalieri di andata e ritorno, l’equivalente di 33 giornate lavorative all’anno. Tra il 2001 e il 2007 siamo cresciuti del 35,8%, quasi 3,5 milioni di persone in più. 
Il fenomeno del pendolarismo si manifesta soprattutto a livello locale, con spostamenti concentrati in gran parte su percorsi limitati. La maggior parte dei trasferimenti avviene tra comuni della stessa provincia, dove ogni giorno si impiegano in media 43 minuti per coprire una distanza media di 24 chilometri.
Dalla ricerca del Censis emerge che i problemi principali sono: i tempi di attesa, la puntualità, la tutela da molestie e furti, le informazioni sul servizio, i, l’affollamento delle carrozze, lo scarso comfort a bordo, l’inadeguata climatizzazione , la vecchiaia delle carrozze, la scarsa pulizia degli scompartimenti e delle toilettes.
Nel 2007, Trenitalia ha trasportato 472 milioni di passeggeri sulle tratte locali e regionali contro i 465 milioni del 2006; all’impennata della domanda non ha corrisposto però un adeguato aumento dell’offerta.

Si parla tanto dei problemi ambientali, dell’inquinamento, del traffico. Una delle soluzioni potrebbe essere proprio quella di incentivare l’uso del treno! Perchè i lavoratori dovrebbero abbandonare la loro macchina quando sentono le lamentele dei loro colleghi pendolari?

 Voglio Piero Ottone ministro delle Infrastrutture!

Published in: on marzo 15, 2008 at 11:38 am  Comments (2)  
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2 commentiLascia un commento

  1. Meno alta velocità.
    Più alta capacità.

    E sostituite quei treni regionali che sono gli stessi (l’arredamento a rombi in finto rilievo non mente) con cui andavo in gita scolastica nei primi anni ’80.

    Nei primi anni ottanta, capito!?

  2. Ho visto un filmino di quando ero bimba: il mio primo viaggio in treno, gita a Castelfranco. Allora ridevo felice, ancora non sapevo che la mia vita si sarebbe legata per sempre a trenitalia. E soprattutto che c’è poco da ridere!


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